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Chi ha preso il virus Covid è poi protetto dagli anticorpi: lo studio grazie allo screening realizzato

in 5 Comuni del Trentino

Presentati oggi i risultati: un buon viatico per il vaccino

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La sanità mondiale dovrà ringraziare il Trentino per i preziosi dati scientifici nello studio del Covid, realizzati nei mesi scorsi. Sono stati presentati oggi dalla Provincia i risultati dello studio epidemiologico condotto nei mesi scorsi su 5 comuni trentini per indagare la persistenza degli anticorpi dei soggetti che si erano sottoposti a screening intensivo lo scorso settembre. In collegamento, con il direttore generale dell'Azienda Sanitaria Pierpaolo Benetollo,  anche il direttore generale della Prevenzione presso il Ministero della Salute, Giovanni Rezza. E da questo studio è venuta una risposta importante: le persone che hanno avuto il Covid sviluppano anticorpi in grande quantità, e questi anticorpi li proteggono a lungo nel tempo da un nuovo contagio. In sintesi, come ha ricordato il dottor Rezza «abbiamo trovato più anticorpi del previsto, ed a distanza anche di molto tempo». Da qui a dire che un infettato è poi effettivamente immune a una ricaduta ce ne vuole: «Questo è un dato che ancora non possiamo affermare - ha detto Rezza - ma i risultati sono incoraggianti anche per il vaccino in arrivo, che se come annunciato avrà una efficacia superiore al 90%, ci consentirà un ottimo risultato».

Lo studio era stato realizzato in 5 Comuni trentini “di confine” - Borgo Chiese, Campitello di Fassa, Canazei, Pieve di Bono-Prezzo e Vermiglioed ha coinvolto circa 7 mila persone, tutte sottoposte a tampone, e poi ricontrollate (se positive) a distanza di un mese. «Un numero straordinario - ha detto il dirigente del ministero - grazie anche alla organizzazione dell’Azienda Sanitaria. Questo ci ha consentito di effettuare uno studio di vaste proporzioni, prezioso per la ricerca in Italia, Europa e nel mondo. Intanto ci ha permesso di definire i confini del contagio, con uno studio di prevalenza: sappiamo che la percentuale degli infetti da coronavirus era all’epoca di circa il 20% e che però il tasso di letalità era del 2%».

Lo studio poi sugli anticorpi - coordinato dalla dottoressa Paola Stefanelli - ha dimostrato che dopo un mese dal contagio, gli indicatori degli anticorpi del capside virale si erano persi, ma persisteva un anticorpo rivolto alla proteina del cosiddetto “spike”, cioè il rivestimento esterno del virus.

Per il dottor Rezza «questo ci porta a dire che gran parte dei positivi al virus ne sono poi protetti. Ma non dimentichiamo che nel mondo sono però segnalati casi gravci di re-infezione. Stiamo cauti e soprattutto continuiamo a usare precauzioni e protezioni. Il rischio di ricaduta è magari basso, ma non va sottovalutato».

 

 

 

 

 

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