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Porfido e politica, l'inchiesta da archiviare

perché i carabinieri di Piné non indagano

Fra lettere anonime e minacce di morte, il "buco nero" del Trentino

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Può un’indagine penale andare in archivio perché i carabinieri delegati a condurla non presentano la documentazione richiesta dalla Procura, pur se sollecitati più volte dal loro comandante provinciale a compiere gli atti per cui sono stati delegati? Purtroppo, può. Non in Calabria, ma in Trentino.
Al centro di una richiesta di archiviazione che ha del clamoroso c’è un’indagine che riguarda i rapporti tra concessionari del porfido e amministratori comunali, partita da un esposto di cui l’Adige aveva dato notizia il 12 aprile 2018.

Esposto presentato alla procura della Repubblica e alla Corte dei conti di Trento da Massimo Sighel (presidente Asuc di Miola, minacciato più volte, come scriviamo sotto), Damiano Mattivi (consigliere comunale di Bedollo), Giorgio Anesi (Presidente Asuc di Vigo), Walter Ferrari ed Enzo Sevegnani (Coordinamento Lavoro Porfido), che chiedevano ai magistrati di accertare se il sindaco di Baselga di Pinè Ugo Grisenti, il vicesindaco e assessore all’industria Bruno Grisenti e l’assessore ai lavori pubblici Michele Andreatta fossero responsabili di omissione in atti d’ufficio per non aver fatto rispettare ai concessionari dei lotti 2 e 3 delle cave di porfido di San Mauro di Pinè una condizione essenziale all’epoca del rilascio delle concessioni alla coltivazione, avvenuto nel 1998 e poi prorogato: quella di realizzare a proprie spese la parte mancante della «strada del Castelet».

Una strada strategica, che consentirebbe ai camion di bypassare la frazione pinetana, iniziata ma mai terminata senza che alle ditte coinvolte (cooperativa Botteghi Cave Porfido sc, Consorzio Estrazione Porfido, Giovanni & Avi snc, Mattivi Carlo srl e Mattivi Porfido) fino al 2016 sia mai stata elevata alcuna diffida da parte del Comune, rimasto sostanziamente inerte, nonostante un parere legale richiesto apposta e reso il 6 ottobre 2016 ricordasse che «alla diffida, in caso di mancato adempimento, segue la sospensione dell’autorizzazione e l’escussione delle fideiussioni, oltre al recupero dell’eventuale maggiore importo necessario alla realizzazione dell’opera, qualora il Comune provveda» al posto dei concessionari, tenendo conto che «non deve in definitiva avere oneri economici per tale realizzazione».

Nell’esposto del 2018, dunque, si sottolineava che il  sindaco di Baselga di Pinè e gli assessori competenti avrebbero dovuto dare seguito alle diffide, cosa che non fu fatta, tanto che il 2 dicembre 2017 il presidente dell’Asuc di Miola aveva segnalato al Comune che l’escavazione sul lotto 2 proseguiva, nonostante avesse denunciato il 29 marzo 2016 che il concessionario «era inadempiente sia per il pagamento dei canoni di escavazione», sia per altri aspetti.
Alla procura della Repubblica, i denuncianti chiedevano  quindi di accertare se l’inerzia degli amministratori citati integrasse l’omissione di atti d’ufficio (art. 328 c.p.), se vi fossero state omissioni o inadempienze anche da parte del dirigente provinciale del Servizio Minerario Alessandro Tomasi e dell’assessore provinciale all’Industria Alessandro Olivi, cui erano state trasmesse note dell’Asuc di Miola sulla vicenda, mentre alla Corte di conti veniva chiesto se le eventuali inadempienze degli amministratori comunali avessero costituito anche un danno erariale nei confronti del Comune e dell’Asuc di Miola, capofila della gestione dei lotti cava 2 e 3.

L’inchiesta derivante dall’esposto viene aperta “a carico di ignoti” e affidata alla pm Maria Colpani che l’8 maggio 2018 invia delega per le indagini alla Pg e al colonnello dei Carabinieri Carmine Furioso: «Accerterete se le ditte diffidate dal Comune siano titolari di autorizzazione o concessione alla escavazione; acquisirete i disciplinari e i progetti di coltivazione verificando la sussistenza dell’obbligo di realizzazione della pista di collegamento alla strada e le conseguenze dell’inadempimento (diffida, sospensione, revoca, riscossione della fideiussione); verificherete il contenuto del disciplinare anche per quanto attiene al mancato pagamento del canone; accerterete se la mancata realizzazione delle piste di collegamento alla strada Castelet abbiano cagionato problemi alla circolazione stradale nel comune di transito degli automezzi pesanti e se vi siano state denunce o lamentele dei cittadini; accerterete l’esistenza di eventuali legami di interesse o parentela tra gli  organi tenuti a richiedere il rispetto delle prescrizioni del disciplinare e del progetto di coltivazione e i soggetti diffidati dal Comune al fine di valutare se via sia prova dell’intenzione di favorire alcune nella omissione dei doverosi provvedimenti; identificherete i responsabili della condotta omissiva o di abuso».
Il colonnello Furioso gira le richieste ai carabinieri di Pinè. Ma non accade nulla. La pm Maria Colpani presenta la prima richiesta di proroga delle indagini il 29 ottobre 2018, concessa dal giudice Enrico Borrelli il 19 novembre. L’8 gennaio 2019, in mancanza di elementi, è lo stesso colonnello Furioso a scrivere al comando dei Cc di Pinè: «In merito al procedimento penale in oggetto, si SOLLECITA (tutto maiuscolo, ndr) l’evasione della delega di indagine trasmessa in data 14.05.2018 e si chiede nel frattempo di comunicare a questa sezione lo stato di avanzamento dell’attività di indagine delegata». Ma la richiesta viene ripetuta pari pari sei mesi dopo, il 17 giugno 2019. Intanto, scade il secondo termine per le indagini preliminari e la pm Colpani presenta la seconda richiesta di proroga, concessa il 2 settembre 2019 ancora dal giudice Borrelli.

Ma inutilmente, a giudicare dall’annotazione apposta a penna sulla carpetta contenente la richiesta di archiviazione dell’indagine, presentata il 4 dicembre «ritenuto che non sono emersi elementi utili» «non avendo più risposto i Cc alla richiesta di accertamenti». Mentre lo stesso pm il 16 dicembre ha segnalato al procuratore della Repubblica «la mancata evasione alla delega da parte della stazione dei Carabinieri di Baselga di Pinè, con successiva scadenza dei termini di indagine» «per gli opportuni provvedimenti».


 LE MINACCE: «PRIMA BRUCIA L’AUTO, POI LA CASA»


Dieci giorni dopo la richiesta di archiviazione dell’indagine sulla strada del Castelet da parte della pm Maria Colpani, il presidente dell’Asuc di Miola Massimo Sighel - uno dei cinque firmatari dell’esposto al centro del caso raccontato in questa pagina - ha ricevuto la seconda lettera anonima di minacce nel giro di due anni.



La prima, lasciata nella buca delle lettere di casa l’11 settembre 2017, minacciava: «Adesso basta. Con quello che hai fatto a riguardo la storia cave, da ora in poi stai molto attento e guardati sempre le spalle, bastardo. Ogni momento è buono, certamente non finirà così, tanto sappiamo tutto, da quando vai a lavorare a quando torni. La storia cave ti rovinerà e te ne pentirai».

La seconda gli è arrivata il 23 dicembre scorso. Stesso ignobile stile mafioso, ma molta più sintesi, errori inclusi: «Non fare il furbo per la strada Castlet. Prima bruccia la macchina, poi la casa».
Massimo Sighel non si è perso d’animo e, come la prima volta (quando ricevette molti attestati di solidarietà, sfociati anche in una serata pubblica a Miola), ha sporto denuncia ai carabinieri.
Ma l’ultimo atto di una guerra senza esclusione di colpi, che lo vede opposto da anni sia ai cavatori, sia agli amministratori comunali, l’ha spinto a lasciare - nei giorni scorsi - la carica di consigliere comunale di minoranza di Baselga di Pinè: non per paura - sottolinea - ma per protesta, anche alla luce di quanto i Comuni stanno facendo per portare a compimento la strada del Castelet.

«Adesso il Comune di Bedollo ha proposto una convenzione che fa ricadere sulle spalle delle Asuc (ossia della comunità) i costi del completamento della strada, quando per anni non è stato fatto assolutamente nulla per far rispettare ai concessionari la condizione inserita nei contratti di concessione delle cave, secondo cui avrebbero dovuto accollarsi loro i costi delle opere sui lotti 2 e 3». E quella proposta è una soluzione inaccettabile per il combattivo e scomodo presidente dell’Asuc di Miola, che ha portato in fondo con successo, insieme ad altri presidenti, alcune battaglie importanti come quella contro i Comuni di Baselga di Pinè e Lona Lases, che rivendicavano la proprietà dei lotti 2 e 3, appartenenti invece alle Asuc e al Comune di Bedollo.

Quanto alle lettere che Sighel ha ricevuto, negli ultimi anni la cronaca nera e giudiziaria si è dovuta occupare varie volte del settore del porfido: e proprio quest’ambito è stato indicato nelle ultime relazioni delle commissioni antimafia, della Dia e della magistratura come uno di quelli maggiormente  a rischio di possibili infiltrazioni di stampo mafioso.

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