Interviste / La storia

Cristina Valcanover, dal Trentino alla Tanzania e su Tik Tok è amatissima: «La malattia, poi i lutti. In Africa sono rinata»

La 54enne ha lasciato la Valsugana e il posto fisso in Provincia per andare a vivere nel villaggio Masai del marito Willy. Ora accoglie i turisti: «Vivo in un paesino di trenta persone, a otto ore dalla costa. Non ci sono comodità, ma io mi sento a mio agio. La cultura Masai è condivisione, onestà, riconoscenza, umiltà. La dignità è sempre rispettata. Sono contenta della mia scelta: la mia seconda vita ha un ritmo, un tempo, differente»

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di Elena Piva

TRENTO. A volte la consapevolezza di aver fatto un passo in avanti, dopo l’abisso, premia davvero il successivo cammino facendo della felicità un nuovo inizio. È stato quel salto, il più sentito, ad aver dotato il dialetto trentino di Cristina Valcanover dell’eco africana con cui ricostruire la propria «casa».

Nel gennaio 2023 “Tina” - “Yaya”, per i bimbi che la circondano - ha deciso di lasciare Trento e, con la città, il lavoro da segretaria presso gli uffici della Provincia, per vivere nel villaggio maasai del marito William, in Tanzania.

La decisione è stata più profonda di quanto un legame d’amore possa fare pensare: prima di concedere a sé stessa di assaporare la serenità, Cristina ha affrontato due volte il cancro: prima un seno, poi l’altro. Quasi sei anni di estenuanti terapie.

Poi, giunto l’equilibrio della guarigione, un ulteriore dolore: la morte dei genitori, pochi mesi di distanza l’uno dall’altra. A tenderle la mano con cui ha percorso il viaggio - fatto di chilometri e svincoli interiori - è stato un intero popolo di Masai.

Oggi, se non hai “Tina” o “Willy” al tuo fianco, al villaggio di Mtego nella steppa di Kiberashi (distretto di Kilindi, regione di Tanga) non arrivi neanche dopo un’anno: nel cuore della savana rurale, vive di ciò che la natura offre valorizzando la persona - e non la pelle con cui ognuno di noi si colora.

Grazie al libro «La felicità tra i Masai», ai social e al blog «Masai Travel Life Tanzania», marito e moglie (43 e 54 anni) raccontano la vita locale e accolgono turisti nella loro terra.

Cristina, ha mai nostalgia del Trentino?

«Sì, di alcune amicizie. Ho un bel ricordo della mia Levico, della mia Pergine. Lavoravo a Trento per la Provincia, avevo un contratto a tempo indeterminato e mi piaceva, mi trovavo bene con colleghi e dirigenti. Però sentivo di non sapere più definire la felicità. Sono contenta della mia scelta: la mia seconda vita ha un ritmo, un tempo, differente».

Qual è stato il primo viaggio in Africa?

«Ho visitato l’Egitto, la Tunisia, ho fatto una crociera sul Nilo; viaggi da ferie brevi. Nel 2005 è cambiato tutto: mi sono ammalata di cancro. Durante le chemio mi ripetevo: “guarisci, l’Africa ti aspetta”. Nel 2009, tra un controllo e una terapia data la doppia diagnosi, sono riuscita a raggiungere Zanzibar. Lì, ho conosciuto un gruppo di Masai (che raggiunsi qualche mese dopo a casa loro) e mio marito Willy. Inizialmente, tra noi, è nata un’amicizia. Frequentare, viaggiando, la popolazione Masai mi ha cambiata, in meglio».

Quando ha sentito il cambiamento?

«Sono ripartita per la Tanzania dopo il funerale di mia madre. Sentivo fosse l’unico luogo in cui potermi resettare,riordinando le mie emozioni. Mi sono riscoperta, conosciuta. Nel 2013 Willy ed io ci siamo fidanzati».

Un’altra ripartenza, questa volta in due.

«Esatto. Per nove anni abbiamo alternato l’Italia al villaggio d’origine di Willy. Lui, in Italia, ha conseguito il diploma di scuola media, imparato l’inglese e l’italiano. Questa doppia esperienza ha arricchito il nostro bagaglio. Ci ha resi così uniti da comprendere entrambi gli stili di vita. Nel 2015 ci siamo sposati in comune a Dar es Salaam, in Tanzania. Nel 2017 abbiamo iniziato ad ospitare i primi amici nel villaggio, rientrando dopo alcune settimane per lavorare. Willy faceva il cameriere. Durante le pause lavorative, in spiaggia a Caldonazzo, gli ripetevo: “andremo, per sempre”. A gennaio 2023 ci siamo trasferiti, in maniera definitiva».

Vi siete scontrati con la discriminazione?

«Sì, spesso. Parenti ed amici dicevano “ti vuole sposare per la cittadinanza o per soldi”. Ho dato il benservito a chi ci etichettava in maniera razziale. Invece di starmi accanto, dopo la malattia e la perdita dei miei genitori, c’era chi preferiva giudicare senza conoscere. Ciascuno fa le sue scelte ed io sono grata delle mie. Anzi, delle nostre. Qui, sono l’unica persona dalla carnagione chiara per chilometri eppure nessun abitante mi discrimina per questo».

Come è la vita, lì?

«Mi circondano 19 villaggi, vivo in un paesino formato famiglia di 30 persone, ad otto ore dalla costa. Non ci sono comodità ed è per molti durissima, tuttavia mi sento a mio agio. La legge dei Masai spiega come funziona la sopravvivenza in savana, dall’accendere un fuoco al procacciarsi cibo senza ausili, come badare alla famiglia e al bestiame (i Masai sono allevatori transumanti) in che modo proteggersi da predatori e pioggia. La loro cultura è condivisione, onestà, riconoscenza e umiltà. Nessuno chiede la carità, nonostante le giornate crude: la dignità è sempre rispettata. Quando i turisti lasciano l’elemosina in chiesa (i Masai locali sono cristiani, ndr), quella somma viene distribuita ai più fragili. Con ciò che abbiamo guadagnato in Italia abbiamo costruito casa e ospitiamo chi vuole vivere un’esperienza tra i Masai. Molte persone si rendono conto che non si tratta di un resort ma di vita reale e ci ringraziano. Danze e canti non arrivano a comando: ogni cerimonia ha un significato profondo».

Ha timori, guardando al futuro?

«No, la sicurezza e l’affetto delle persone con cui vivo riempiono il mio cuore. Qualche giorno fa sono andata in ospedale per una puntura, a 40 minuti d’auto. Ho trovato tutti preparati: domande, analisi, cortisone e antibiotico. A fortificarmi, ancora una volta, è stata questa famiglia. Quando rispetti la comunità in cui abiti, la serenità ti avvolge. Siamo concentrati sul benessere di chi amiamo».

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