Spettacoli / Intervista

Mauro Repetto alla ricerca dell'uomo ragno: «Ecco come racconto la storia degli 883»

Parla una delle due anime della celebre band fondata insieme a Max Pezzali: il suo spettacolo teatrale andrà in scena martedì 4 marzo all'Auditorium di Trento. Uno show fatto di istantanee di momenti intramontabili, con aneddoti e curiosità sulla genesi delle canzoni di maggiore successo

di Fabio De Santi

TRENTO – Ripercorrere le tappe di un percorso straordinario, trasportando il pubblico in un viaggio a ritroso nel tempo attraverso il racconto della sua vita e dell'avvincente storia degli 883. 

È questo l'obiettivo di Mauro Repetto, una delle due anime degli 883 insieme a Max Pezzali, nello spettacolo "Alla ricerca dell'uomo ragno" proposto martedì 4 marzo all'Auditorium di Trento. Uno show fatto di istantanee di momenti intramontabili, con aneddoti e curiosità sulla genesi dei loro maggiori successi, mai raccontati finora di cui abbiamo parlato con Mauro Repetto (qui nella foto di Erica Fava), raggiunto in Francia, Paese in cui vive ormai da anni.

Mauro Repetto è quasi un anno, era l'aprile 2024, che porta nei teatri lo spettacolo "Alla ricerca dell'uomo ragno": si aspettava tutto questo successo?

"Per me ogni sera è una festa: mi aspettavo sicuramente di divertirmi, di ballare, cantare e ridere con il pubblico. Poi il confine con il successo… un po' me ne rendo conto ma non voglio neanche tanto considerarlo, per me il mio show deve essere sempre una festa".

In quale modo racconta allora l'epopea degli 883 che si lega anche al suo libro "Non ho ucciso l'uomo ragno" ?

"E' una sorta di fiaba medievale in cui due menestrelli di Pavia, Max e Mauro, hanno come obiettivo quello di dare delle canzoni al Conte Cecchetto che ha una corte piena di giullari già affermatissimi come Lorenzo il Giovane (Jovanotti n.d.r.), il Cavalier Fiorello e lo zio Gerry (Scotti n.d.r.). E' molto difficile per i due menestrelli accedere a questa corte e durante lo spettacolo teatrale capiamo le peripezie che hanno fatto Max e Mauro per arrivare al Conte Cecchetto".

Tornando allo show lei reciterà, ballerà e canterà tutte le hit degli 883 insomma uno spettacolo impegnativo".

"E' quello che facevo proprio in Trentino all'inizio della mia carriera, ero animatore di villaggi turistici a Marilleva. Le prime volte che mi sono prodotto sulla scena e soprattutto le prime volte che io e Max scrivevamo insieme degli sketch umoristici e delle canzoni rap era lì. Per me essere a Trento martedì è come un file rouge che continua di quello che facevo già negli anni ottanta, cioè cantare, ballare e recitare, oggi in più qui suono anche la chitarra".

Lei fa uso anche dell'intelligenza artificiale: in quale modo?

"La usiamo solo come schiava nostra e non il contrario, la uso solo per ridere, per parlare con il Max e il Mauro di 35 anni fa, quando avevamo vent'anni. Loro non mi riconoscono e si chiedono chi sia mai questo vecchio rompiballe".

Riavvolgiamo un attimo il nastro: qual è stata la scintilla che ha fatto nasce il fenomeno 883?

"Il fatto che siamo ancora due consumatori di cultura pop che hanno avuto il patentino di andare sulla scena. Siamo però sempre spettatori, in mezzo al pubblico, siamo noi i primi fan di altri come rapper, Springsteen, Bon Jovi, country music, Beastie Boys. Da spettatori, da primi fan abbiamo quindi pensato di fare qualcosa che potesse piacere anche agli altri".

Siete diventati una delle band di culto degli anni '90 con brani rimasti nell'immaginario collettivo del nostro Paese: che effetto le fa?

"La chiave di lettura che sia la serie o parlare degli 883 è sempre l'autoironia: in fondo eravamo due normaloni, due banaloni di Pavia che hanno cercato di fare cose solo per passare il tempo, per divertirsi, non c'era altro scopo. Anche quando ci vediamo oggi è solo per divertirci, non c'è nessuna mossa di carriera, il trait d'union, la linea di basso continua è questo e ci accomuna, ci permette di stare sulla cresta dell'onda da tanti anni".

Una battuta sulla serie tv di Netflix dedicata agli 883 "Hanno ucciso l'uomo ragno" è doverosa: come è stato rivedere la vostra storia?

"Penso che sia divertente, eravamo veramente così, è un po' romanzata perchè è una fiction e non un documentario ma mette in scena proprio come eravamo: due ragazzi di provincia simili a molti altri dell'epoca e forse anche di adesso, per questo molte persone si riconoscono in loro. Uno un po' più geniale e introverso e un altro più pazzerello che ha più energia e può aiutare quello che ha più talento. E' una cosa universale forse dai tempi di Omero per questo tutti si possono riconoscere in qulla storia".

Di recente, dopo anni, è tornato sul palco con Max Pezzali: i fan sognano una reunion, c'è qualche possibilità o è il passato?

"Direi che è il presente: siamo due persone che si ritrovano con piacere ma non si cercano. Siamo solo due ex compagni di banco che quando si ritrovano sghignazzano. Può essere tutto ma non c'è nulla di pianificato".

Da anni vive in Francia: da dove questa scelta?

"Sono da sempre sedotto dalla cultura delle metropoli, dalle ragazze delle metropoli, dal fascino di vivere a New York, Los Angeles, Parigi ma anche a Roma o Milano. E' il piacere di essere in comunione con le persone, la cultura, la vita di una città che ti culla. Il grigio perla di Parigi mi culla ancora oggi e poi in un'ora sono a Linate, mi sembra di essere comunque vicino all'Italia. Ho quasi un italian dream ora, come l'american dream di un tempo, e mi fa sempre più piacere venire in Italia".

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