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Mvt- Il campione trentino di tutti i tempi

Nuova sfida: Retornaz vs Martinelli

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Nuova sfida tra del nostro sondaggio “Mvt - Il campione trentino di tutti i tempi”: oggi è tra l'olimpionico del curling Joel Retornaz (classe 1983) e l'asso della pallavolo Marco Martinelli (classe 1965).

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RETORNAZ, PRECISIONE DI GHIACCIO

Precisione millimetrica e grande strategia tra le stone del ghiaccio, ma anche presenza importante in ogni torneo internazionale grazie ai suoi colorati occhiali, alla sua originale barba e alla capacità di parlare ben cinque lingue (giapponese e cembrano compreso). Joël Thierry Retornaz, nato a Ginevra nel 1983 ma vissuto tanti anni a Cembra, è l’interprete italiano e trentino più noto della tecnica disciplina del curling: sport l’Italia ha iniziato a conoscere grazie alle performance dello skip svizzero-cembrano alle Olimpiadi di Torino 2006. «Ho imparato il curling a Cembra dove la disciplina era praticata sin dagli anni ’60 su ghiaccio del Lago Santo - conferma Joel, che ora lavora a Lugano - ho svolto i miei primi allenamenti e gare al palazzetto di Cavalese e Trento. Ricordo i miei primi tecnici Alessandro Lettieri e Adolfo Mosaner, e le figure di Giacomo Pelz e Nino Pezzin veri pionieri del curling in Valle di Cembra».
Dal primo mondiale junior del 1998 in Germania alle Olimpiadi coreane del 2018 oltre vent’anni di successi ed emozioni. «Impossibile dimenticare la vittoria ottenuta ai Giochi di Torino 2006 sul Canada (veri maestri del curling) - spiega Retornaz, a soli 22 anni già skip e capitano azzurro - il movimento e la nazionale italiana sono via via cresciuti, ritagliandosi un ruolo importante nel mondo del curling, e conquistando l’attenzione di appassionati e media nazionali. Abbiamo ottenuto sul campo la prima qualificazione alle Olimpiadi di Pyeongchang e a novembre 2018 è giunto uno storico bronzo agli Europei di Tallin (in squadra anche gli avieri cembrani Amos Mosaner e Sebastiano Abram e il piemontese Simone Gonin, ndr)».
Tra tante partite (end) giocate sul ghiaccio anche qualche delusione e amarezza. «In un torneo ci sono sempre momenti difficili e tante partite decise all’ultima stone o all’extra-end - conferma Joel Retornaz - nel 2014 ci è sfuggito di poco il bronzo agli Europei in Svizzera, perdendo 8-6 dai padroni di casa: sconfitta che brucia il doppio date le mie origini rossocrociate. A novembre nonostante il record di vittorie abbiamo mancato i playoff agli Europei in Svezia, dove puntavamo a ripeterci. L’emergenza per Covid 19 ha annullato i Mondiali in Scozia: evento atteso e preparato al meglio vincendo alcuni tornei internazionali».
Per Retornaz una gande passione per i cavalli e il mondo western (ha gestito a lungo con la famiglia il pub e maneggio Happy Ranch a Cembra). «Ho partecipato a due mondiali giovanili di equitazione western e tante gare internazionali di reining - confida Retornaz - sono appassionato della musica e tradizione country, ma ora ho poco tempo per dedicare all’allevamento dei cavalli».
«Il sogno è la terza qualificazione olimpica a Pechino 2022 - conclude Retornaz - i Mondiali erano un’importante tappa di qualificazione, e ora si dovrà ripartire con nuove date e tornei. L’Italia delle stone è molto cresciuta, anche in campo femminile, meriterebbe davvero una nuova ribalta olimpica». (Daniele Ferrari)


MARTINELLI, LA GENERAZIONE DEI FENOMENI

Alla pallavolo è arrivato quasi per caso, ma il volley per quasi quarant’anni è stato la sua vita, prima da giocatore e poi da tecnico.
Non è famoso come Lorenzo Bernardi, ma anche lui ha fatto parte della “Generazione dei fenomeni”, quella squadra che, guidata in panchina da un leader carismatico qual è Julio Velasco, ha portato il volley azzurro a conquistare il mondo.
Marco Martinelli era il classico atleta che avrebbe potuto emergere in parecchi sport. Lo ha fatto nella pallavolo. Come mai? «Giocavo a calcio, prima nella squadra del mio rione e poi nel Rovereto. Improvvisamente crebbi molto, in maniera quasi violenta. Diventai troppo alto per continuare con il calcio e impiegai un anno a scegliere tra atletica, pallamano e pallavolo».
E la scelta cadde sul volley. «Mi coinvolse un compagno di classe, iniziai nel settore giovanile a tre quarti di stagione. Avevo 16 anni e mezzo. Nella stagione successiva disputai subito la serie C con l’Arci Uisp Rovereto. C’erano Silvano Conci, Mario Margoni, Felice Piccolo, “Ciccio” Larcher....».
Qual era il campione da imitare? «Massimo Dalfovo, giocava nella Panini Modena e in Trentino era il nostro punto di riferimento».
A 20 anni il passaggio al Padova, in A1. Come avvenne? «Già l’anno prima Silvano Prandi mi avrebbe voluto alla Robe di Kappa Torino ma era settembre e il tempo limite per i  tesseramenti era già scaduto. Nella primavera 1985 mi misi in evidenza giocando un torneo a Trento con la rappresentativa regionale assieme a Dalfovo e Bernardi. Mi contattarono Bologna, Falconara e Padova, scelsi quest’ultima perché più vicina a Trento dove avevo iniziato a frequentare l’università. Pensavo di riuscire a farla da pendolare ma non ci riuscii».
I primi anni non furono semplici. «Nella seconda stagione a Padova, mentre facevo il militare, scalzai dal ruolo di titolare Enrico Berengan. Giocavo da opposto, non ancora da centrale, e Skiba mi convocò in azzurro facendomi giocare qualche partita alle Universiadi. Ma subito dopo vissi due anni caratterizzati da travagli fisici: nel 1988 mi fratturai una mano il giorno prima del via al campionato, poi la caviglia».
Nel 1989 la svolta. «A Padova con Prandi in panchina riuscii finalmente a giocare con continuità e a buoni livelli. Così Velasco mi riconvocò in azzurro e conquistai un posto nella squadra per i Mondiali ‘90 in Brasile».
Vinti in finale contro Cuba. La soddisfazione sportiva più grande? «In nazionale senza dubbi. A livello di club il successo in Coppa Italia con la maglia di Modena, che all’epoca da alcuni anni non vinceva niente».
La delusione più cocente? «Non essere riuscito a partecipare alle Olimpiadi. Ci andai vicino nel 1992, alla fine rimanemmo fuori io e Fefè De Giorgi».
La sua carriera in panchina si è interrotta l’anno scorso. Perché?
«Allenavo in serie B il 4 Torri Ferrara, città in cui vivo, ma la società aveva deciso di scendere di livello. Ho preferito lasciare». (Guido Pasqualini)

 


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