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Ebrei accolti e poi perseguitati

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Nei primi giorni dell’aprile 1933 - anno XI dell’era fascista - gli uffici dell’ambasciata e dei consolati del regno d’Italia in Germania si trovano a dover fronteggiare un’inattesa, quanto cospicua, richiesta di visti d’ingresso e di permessi di soggiorno nel “bel Paese”.

Non si tratta affatto di un collettivo desiderio teutonico di sole, mare e buona cucina, bensì dell’avvio di un esodo che ha per protagonisti migliaia di cittadini tedeschi - e, dopo l’annessione dell’Austria al Reich, anche austriaci - di discendenza, cultura, tradizioni e fede ebraica, ormai diventati vittime di soprusi, angherie e violenze crescenti e del tutto ingiustificate, da parte delle “Camicie Brune”, cioè le formazioni paramilitari del Partito nazista come le S.A., acronimo di “Sturmabteilung” (“Squadre d’assalto”).

A riprova dell’avvio della persecuzione antisemita in Germania, verso la fine del marzo 1933, i nazisti emanano un proclama contro gli ebrei che suscita scalpore ed indignazione ovunque nel mondo e spinge addirittura il duce del fascismo ad inviare ad Hitler un suo messaggio personale, con il quale si invita “caldamente” il Führer a revocare ogni proposito persecutorio nei confronti degli ebrei.

È questa nota di Mussolini che costituisce la premessa politica alla decisione del Ministero degli Affari Esteri italiano di accettare, in linea di massima, l’ingresso nel regno dei richiedenti asilo ebrei, purché costoro non abbiano militato in partiti politici ostili al fascismo e si impegnino a non svolgere alcun tipo di attività politica sul suolo italiano. Si tratta di un orientamento assunto dal fascismo sulla base di una somma di motivi: dall’irritazione del duce per il mancato ascolto del suo messaggio da parte di Hitler, alle forti pressioni esercitate dall’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane (U.C.I.I.); dagli appelli della “Alleanza mondiale per la lotta contro l’antisemitismo”, ai ripetuti interventi sul governo esercitati da Federico Jarach, grande industriale ebreo-lombardo e sostenitore del fascismo fin dall’esordio sansepolcrista dei Fasci nel 1919.

In breve quindi le frontiere italiane si aprono agli ebrei tedeschi in fuga dal Reich ed una considerevole parte di loro sceglie di stabilirsi nelle regioni settentrionali, con particolare riguardo ai territori delle provincie di Bolzano e di Trento, ma anche di Belluno, dove le difficoltà di inserimento, soprattutto linguistico, appaiono decisamente minori e dove già opera l’assistenza della Comunità Israelitica di Merano.
Chi arriva inizialmente in Alto Adige ed in Trentino è economicamente autosufficiente ed anzi porta con sé capitali e liquidità che favoriscono un’accoglienza non ostile da parte delle locali istituzioni, dell’economia e della popolazione. Valga per tutti il caso della famiglia Kaumheimer, proveniente da Stoccarda e stabilitasi a Merano nel 1935 con una straordinaria collezione di ceramiche preziosissime che, quando i Kaumheimer debbono andarsene anche dall’Italia, viene sequestrata e depositata presso i musei della Provincia autonoma di Trento, la quale, negli anni duemila e con un gesto forse unico in questo Paese, decide di restituirla ai legittimi proprietari.

Ben presto però questo clima di iniziale accoglienza cambia e si trasforma. La crescente penetrazione della propaganda nazista fra la comunità altoatesina di lingua tedesca alimenta mai sopiti sentimenti antisemiti di antica ascendenza cattolica, generando, in breve, episodi di boicottaggio ai danni delle attività economiche ebraiche, ma anche insulti razzisti e perfino percosse, senza che gli autori di tali gesti d’odio vengano mai fermati o identificati dalle autorità di pubblica sicurezza.

Se in Alto Adige gli ebrei tedeschi si contano nell’ordine di alcune centinaia, in Trentino i numeri sono più contenuti, ma ciò non toglie che le misure di controllo messe in atto dalla Polizia e dai Reali Carabinieri siano severissime. Nulla sfugge all’occhiuto controllo del regime che cataloga gli ebrei presenti nella Venezia Tridentina, evidenziando la prevalenza di quelli tedeschi ed austriaci, ma segnalando anche individui e famiglie di provenienza boema, polacca, ungherese e russa. Ognuno di loro porta con sé storie e tradizioni diverse: da quelle di stretta osservanza religiosa a quelle ispirate al sionismo o a quelle più legate al principio assimilazionista. Ciò premesso però, tutti concordano comunque nel giudicare l’atmosfera degli anni Trenta nell’Italia fascista più respirabile di quella nella Germania nazista, almeno fino a quando anche nel regno le cose cominciano a precipitare per i circa 11.000 ebrei stranieri presenti sul suolo nazionale - e dei quali quasi un migliaio residenti in queste valli - così come per gli oltre 45.000 ebrei italiani, che vivono nello “stivale” in relativa tranquillità da secoli e che sono ormai parte integrante della storia e dell’identità italiana.

(1 - Continua)

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