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Il fascismo verso l’orrore della Shoah

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Il numero 14 di una delle riviste del regime - «L’Informatore diplomatico» - esce il 16 febbraio 1938 con una nota che il duce definisce «un capolavoro di propaganda antisemita». Si afferma che il fascismo non vuole «adottare misure politiche, economiche e morali contrarie agli ebrei in quanto tali», mentre esige un pieno controllo «sulle attività degli ebrei venuti di recente nel nostro Paese».

Si tratta forse del primo segnale ufficiale circa la svolta che il fascismo sta imprimendo alle politiche nazionali in tema di ebraismo e antisemitismo: da un’accoglienza magari non entusiasta ma nemmeno ostacolata, ad un nuovo antisemitismo che punta alla discriminazione prima ed all’espulsione degli “israeliti” ed alla loro persecuzione poi.
Il disagio, al quale fanno seguito il disorientamento ed infine la paura, dilaga nel mondo ebraico italiano il quale, pur convinto nella sua maggioranza che tutto si sarebbe risolto con qualche inasprimento di diritti e di divieti, osserva con crescente preoccupazione il mutamento di rotta della politica nazionale nei suoi confronti.

Anche gli ebrei residenti in Trentino ed in Alto Adige avvertono il pericolo che si sta via via materializzando, anche perché molti di loro hanno già vissuto, sul suolo tedesco dal quale sono fuggiti, la rapidità della crescita dell’odio e del disprezzo che li riguarda.
Le tappe più evidenti della progressiva trasformazione che avviene in Italia nel quinquennio 1933- 1938 sono di tutta evidenza.

14 dicembre 1935: la stampa attacca «gli ebrei della Società delle Nazioni», responsabili delle «inique sanzioni» deliberate il precedente 2 novembre contro la politica coloniale italiana; 1 aprile 1936: la politica del fascismo viene orientata sempre più in senso filotedesco e Mussolini impartisce disposizioni al Ministero degli Esteri affinché si eviti di inviare in Germania funzionari e diplomatici ebrei; 23 dicembre 1936: i collaboratori ebrei del quotidiano “Il Popolo d’Italia”, organo ufficiale del P.N.F., vengono licenziati e allontanati; 23 marzo 1937: lo stesso giornale di regime ospita articoli chiaramente razzisti ed antisemiti; 25 settembre 1937: il duce compie una visita di Stato in Germania e dichiara l’importanza di una nuova politica razziale del fascismo; gennaio 1938: si scatena la campagna antisemita sulla stampa nazionale e locale; 14 luglio 1938: pubblicazione di un documento dal titolo: «Manifesto degli Scienziati razzisti», con il quale si sostiene il primato della razza italica e la sua arianità; 22 agosto 1938: censimento di tutti gli ebrei presenti sul suolo nazionale e nell’impero; 5 settembre 1938: emanazione del Regio Decreto Legge n. 1380 - «Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista»; 7 settembre 1038 Regio Decreto Legge n. 1381 - «Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri» ed, infine, il 6 ottobre di quell’anno il Gran Consiglio del fascismo approva la «Dichiarazione sulla razza», probabilmente redatta con il contributo dello stesso Mussolini e con la quale si dà formalmente avvio alla persecuzione antisemita ed al vasto complesso normativo delle cosiddette “Leggi razziali”.

Nel crescendo di un clima sempre più pesante, anche gli ebrei residenti nella Venezia Tridentina e nell’Alto Adige sprofondano, come tutti i loro correligionari, nelle incertezze e nel dramma di scelte complesse, rapide e definitive, dividendosi in due distinte correnti di pensiero: da un lato chi opta per andarsene, con tutte le difficoltà che ciò comporta e, dall’altro, chi si ostina a cercare ogni soluzione per prolungare il soggiorno nel regno, nella convinzione che questo sia comunque il male minore.

Nel frattempo il numero di profughi ebrei che arriva fra queste vallate è in costante crescita e mette in seria difficoltà la Comunità Israelitica di Merano ed il locale “Comitato di assistenza per gli ebrei profughi”. Senza lavoro; con scarse risorse economiche; spesso in possesso di documenti incompleti o scaduti, gli ebrei dell’Alto Adige e del Trentino vivono in condizioni di estremo disagio e di crescente paura.
Certamente le presenze in provincia di Trento sono meno numerose rispetto alla limitrofa provincia di Bolzano, ma soprattutto nelle valli risiedono individui e nuclei familiari interessati dalle disposizioni restrittive che il fascismo emana a ripetizione. I Löwy ed i Piattelli in Val di Fassa; i Ravenna ed i Löbl a Riva del Garda; gli Zelikowski, i Flatter, i Cassin ed i Biedermann ad Arco; gli Altenhaus, gli Augapfel ed i Getzel a Trento e via dicendo. Per tutti costoro e per molti altri nelle medesime condizioni gli orizzonti si fanno ogni giorno più oscuri, tanto che una testimonianza dell’epoca afferma che: «Il suolo di Bolzano è diventato per gli ebrei molto bruciante», anche se siamo solo all’inizio della drammatica discesa nel baratro della Shoah.

(2 - Continua)

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